Spatuzza è un criminale della peggior specie che ha deciso di parlare ora di Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri perchè si è stancato del carcere e dell'isolamento e spinto da un complotto internazionale di dimensioni macroscopiche vuole sovvertire le Istituzioni democratiche di questo Paese e mandare a casa il governo che ha fatto di più per la lotta alla mafia dai tempi dell'unificazione del 1861.
Questo è ciò che è emerso dalla puntata di “Porta a Porta” del 7 dicembre
che, come al solito, ha visto la scena dominata da persone molto informate sui fatti, a cominciare dal povero Fabrizio Cicchitto che avesse azzeccato un nome in tutta la serata: Grasso diventa “Grassi”, i fratelli Graviano perdono una vocale e diventano i “Gravano”, mentre il pentito Scarantino compra una consonante e diventa “Scarlantino”.
A seguire, l'onnipresente Maurizio Belpietro che ha impartito una delle sue solite lezioni di diritto costituzionale, affermando che prima di portare una persona in Tribunale, a maggior ragione il Presidente del Consiglio, bisogna avere dei riscontri, come se gli altri cittadini “non Presidenti del Consiglio” non ne avessero diritto. Per quanto riguarda i riscontri, altro buco nero, perchè i riscontri ci sono.
Molto è già stato accertato sulle collusioni mafiose di Dell'Utri e molto si sa anche su alcuni rapporti non troppo chiari tra Berlusconi e alcuni esponenti di spicco di Cosa Nostra. Basti pensare alla condanna a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa che pende sul senatore del Pdl o alle dichiarazioni, riscontrate dalla seconda sezione penale del Tribunale di Palermo e accertate nella sentenza di primo grado di condanna nei confronti di Dell'Utri, del pentito Francesco Di Carlo, boss di Altofonte. Di Carlo, interrogato dal pubblico ministero Antonio Ingroia, ha raccontato di un incontro in cui si trattava di affari, nella sede Edilnord di Milano, tra Berlusconi, Dell'Utri, Gaetano Cinà e il fior fior della Cupola di Cosa Nostra: Stefano Bontade e Mimmo Teresi.
In tempi non sospetti, decine di pentiti avevano già raccontato i trascorsi “poco limpidi” del premier, a cominciare dal boss Salvatore Cancemi, “Ganci gli avrebbe detto che Riina aveva avuto un incontro con persone molto importanti, insieme alle quali aveva deciso di mettere una bomba a Falcone”, Riina avrebbe detto: “Io mi sto giocando i denti, possiamo dormire tranquilli, ho Dell'Utri e Berlusconi nelle mani e questo è un bene per tutta Cosa Nostra” (dichiarazione molto simile a quella che Graviano riferì a Spatuzza: “Ci hanno messo il Paese in mano”. Riferisce ancora Cancemi: “tra il '73 e il '74 Mangano lavorava ad Arcore e, secondo quanto raccontava, lì avrebbero soggiornato anche vari latitanti, come Grado, Mafara, Contorno, dedicandosi al traffico di droga e ai sequestri di persona”, “Riina precisò, che secondo degli accordi stabiliti con Dell'Utri, che faceva da emissario per conto di Berlusconi, arrivavano a Riina 200 milioni l'anno in più rate, perchè a Palermo vi erano più antenne” (In un quaderno riconducibile alla famiglia di San Lorenzo a Palermo, dov'erano piazzate alcune di queste antenne, furono trovati degli appunti, ad una voce “Canale 5” corrispondeva una cifra numerica). Ancora il pentito Angelo Siino: “Berlusconi era considerato un tramite per giungere a Craxi; occasione propizia gli attentati alla Standa di Catania tra il '90 e il '91”, Giovanni Brusca: “Chiese a Mangano di avanzare a Berlusconi richieste che stavano a cuore a Cosa Nostra: l'abrogazione del regime detentivo speciale per i mafiosi e l'ammissione di costoro alla legge Gozzini”, Salvatore Cocuzza: “Brusca e Bagarella sostenevano Mangano come capo mandamento di Porta Nuova, per via dei suoi noti agganci politici con Dell'Utri e Berlusconi”, Tullio Cannella: “fondò nell'ottobre del '93 il movimento Sicilia Libera per realizzare un nuovo assetto politico-istituzionale in Italia, il progetto Sicilia Libera, dapprima sostenuto da Cosa Nostra, fu abbandonato per appoggiare Forza Italia”, “Bagarella era a conoscenza dell'imminente discesa in campo di Berlusconi a capo di un nuovo movimento politico che ci avrebbe assicurato, in virtù di impegni preesistenti, di risolvere i problemi di Cosa Nostra: pentiti e regime carcerario”, Gioacchino Pennino dice di aver appreso da Ciaccio e Marsala (deceduti) che Berlusconi fosse il mandante delle stragi del '93, il pentito Maurizio Avola rincara la dose: “stava nascendo questo parito e si doveva appoggiare questa forza politica nuova che poi doveva aiutare un po' tutta la situazione di Cosa Nostra, il partito era Forza Italia”.
Tutti pentiti, tutti hanno parlato di Berlusconi e Dell'Utri. Questo materiale è stato archiviato per mancanza di elementi sufficienti (si parla del 2002) a sostenere l'accusa in giudizio e in quel caso nessuno parlò di queste rivelazioni, né di giudici comunisti e toghe rosse.
A “Porta a Porta” abbiamo potuto godere di un'anomalia senza precedenti, Dell'Utri non più in veste di imputato, ma di giudice che sentenziava: “Spatuzza ha raccontato una cosa vera che è quella della macchina di Borsellino”. Questo, tanto per la cronaca, lo ha deciso lui, non hanno ancora deliberato invece i giudici (gli unici legittimati a farlo) che hanno ritenuto attendibili alcune dichiarazioni dello Spatuzza e sono per questo orientati ad avviare (ma ancora non lo hanno fatto) la revisione del processo sulla strage di via D'Amelio. Se la Procura di Caltanissetta decidesse in base alle confessioni di Spatuzza (si è autoaccusato per la strage di via D'Amelio, mettendo in discussione la versione del mafioso Vincenzo Scarantino) di riaprire un processo già confermato in via definitiva dalla Cassazione (sapendo che uno degli obiettivi di Cosa Nostra è proprio la revisione dei processi per le stragi), significherebbe un riscontro ulteriore alle dichiarazioni del braccio destro dei fratelli Graviano. Se i giudici rischiassero, come sembra, una revisione, sarebbe solo ed esclusivamente per l'emergere di nuovi ed oggettivi elementi probatori.
Infine la lezione di umanità chez-Vespa del “neopolitologo” Piero Sansonetti che sarebbe per l'abolizione del 41 bis che secondo lui presenterebbe profili di incostituzionalità. Di come impedire ai mafiosi di parlare tra loro e di commissionare omicidi o controllare affari dal carcere il presunto comunista non ce ne parla...
Si chiude il sipario su “Porta a Porta” e Dell'Utri ci lascia nel cuore una confessione piena di emozione: “se fossero vere le cose che dice Spatuzza dovrei buttarmi una corda al collo”. Ops!
Martina Di Gianfelice
http://www.facebook.com/notes/lavoce2009/ci-hanno-messo-il-paese-in-mano/198264811819 (Articolo sull'audizione di Gaspare Spatuzza a Torino)
sabato 12 dicembre 2009
domenica 6 dicembre 2009
sabato 5 dicembre 2009
"Ci hanno messo il Paese in mano!"
Foto da: www.lastampa.it
L'attesissima udienza del Processo Dell'Utri che ha visto protagonista il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, mafioso della famiglia dei Graviano, si è conclusa dopo 4 ore di esame del collaborante.
La difesa dell'imputato Marcello Dell'Utri (condannato a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa) ha aperto la mattinata con un accenno ad un'eventuale revoca dell'ordinanza di ammissione del teste Spatuzza, avanzando formalmente la richiesta di acquisizione di tutte le dichiarazioni di Spatuzza. Il Presidente ha respinto la richiesta della difesa, procedendo all'audizione del teste.Gaspare Spatuzza inizia il suo racconto ammettendo le sue colpe, ricordando di aver fatto parte dell'organizzazione mafiosa “Cosa Nostra” dal 1980 al 2000, di essersi recentemente autoaccusato della strage di via D'Amelio e di essere ergastolano per la commissione di 6 stragi e 40 omicidi. Non nasconde nulla Spatuzza del suo passato, preferisce mettere subito in chiaro le cose e parla, ricorda delle stragi del '92 e del '93(puntualizzando su “morti che ci appartengono” come Falcone e Borsellino e che “non ci appartengono” come le stragi del '93, fuori dalla Sicilia e dalle logiche di Cosa Nostra, secondo il collaborante), degli incontri con Giuseppe Graviano, suo capofamiglia, delle anomalie nella gestione degli affari di Cosa Nostra nel biennio '92-'93.
Il punto centrale delle dichiarazioni di Spatuzza è un incontro datato verso la fine del 1993 in una villetta disabitata di Campofelice di Roccella. Durante il colloquio, afferma Spatuzza, Graviano gli disse che se avessero fatto questi attentati “chi si doveva smuovere, si muoveva”, precisando che si trattava di questioni politiche e che dell'esito di queste collaborazioni ne avrebbero beneficiato tutti, anche i carcerati.
Poi parla di un altro incontro, quello nel bar “Doney” in via Veneto con Giuseppe Graviano, che secondo il pentito, gli avrebbe confidato di aver chiuso tutto e di aver ottenuto tutto quello che cercavano grazie alla serietà delle persone con cui erano in contatto, non come i socialisti che “prima si prendono i voti e poi ci fanno la guerra”, contestualizzando questa affermazione nel sostegno prestato da parte dei Graviano e dello stesso Spatuzza a 4 candidati del PSI (tra cui Martelli), alle elezioni dell'88-'89.
A quel punto Graviano fece il nome di queste “persone serie”, identificandole in Silvio Berlusconi “quello di Canale 5” e in un “compaesano” Marcello Dell'Utri.
“Ci hanno messo il Paese in mano!” affermò Giuseppe Graviano.
In conclusione, su domanda della difesa, Spatuzza torna su via D'Amelio, più volte dallo stesso citata nel corso dell'udienza. Parla di un ennesimo incontro con Graviano il 20 luglio in cui egli comunicò allo Spatuzza l'intenzione di portare avanti delle cose, da queste direttive il collaborante fu portato a considerare tutto ciò che accadde dopo la strage in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta, come appartenente ad un medesimo contesto. Separa poi l'atteggiamento di Cosa Nostra nel biennio '91-'92, spiegando che nel '91 erano in progetto gli omicidi di Falcone, Martelli e Costanzo ma che esclude in quel periodo l'esistenza di una trattativa, mentre, secondo il collaborante, a partire dal 1992 questo atteggiamento (relativamente ad una possibile trattativa) da parte di Cosa Nostra mutò, deduzione scaturita anche dalle anomalie di gestione di attentati e affari interni dell'organizzazione mafiosa.
La prossima udienza è stata fissata l'11 dicembre e la Corte ha disposto l'esame dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano che verranno sentiti in videoconferenza da Palermo.
Anche la prossima si prospetta quindi come un'udienza fondamentale nel procedimento a carico del senatore del Pdl.
Martina Di Gianfelice
mercoledì 25 novembre 2009
Lo zoo di Ballarò
La puntata di Ballarò sul “processo breve” si è conclusa da poco, ma merita sicuramente di essere commentata e ricordata da tutti gli spettatori che sono rimasti attoniti davanti al teleschermo. Ospite d'onore: Angelino Alfano.
Il ministro dell'ingiustizia comincia a delirare già dai primi minuti della trasmissione. Mentre il sudore gli scendeva sulla fronte, a causa sicuramente dei difficilissimi calcoli matematici, empirici o logaritmi vari che hanno condotto al parto dei dati sul numero dei processi coinvolti dalla nuova legge in cantiere sul “processo breve”. Sarebbe colpito dal provvedimento solo l'1% dei processi, secondo il lavoro delle meningi di Alfano, mentre il Consiglio Superiore della Magistratura e l'associazione nazionale magistrati parlano di un 30-40% a seconda delle zone. Facile capire chi abbia ragione, anche perché se, come dice Alfano, si trattasse solo dell'1% dei procedimenti giudiziari, vorrebbe dire che il 99% dei processi in Italia si conclude entro sei anni (impossibile).
Altro caso da studiare clinicamente in laboratorio è Luisa Todini, imprenditrice ed ex deputato in quota Forza Italia (1994). Ascoltandola per più di due minuti (quello che riesce a parlare prima che il suo cervello si disconnetta), la domanda sorge spontanea: “ma questa dove l'hanno presa?”
Parte accennando alla persecuzione giudiziaria subita da Berlusconi che “ha 500 processi” (Berlusconi in occasione del Lodo Alfano asserì che i processi fossero 2.500), poi si rende conto dell'enormità della balla, chiede suggerimenti e corregge il tiro: “500 udienze” (naturalmente sbaglia anche il dato post-correzione). Le balle sono talmente grandi che persino Alfano la smentisce. La verità ovviamente è un'altra, dato che Berlusconi è stato rinviato a giudizio 12 volte in Italia e una in Spagna.
Nonostante la pessima figura iniziale, la Todini non demorde e continua: “i pubblici ministeri fanno indagini lunghissime e producono carte che non legge nessuno”. Infatti i pubblici ministeri non fanno gli scrittori, nel senso che non hanno tra le priorità quella di avere dei lettori, ma si occupano di esercitare l'azione penale (art. 112 Cost.) e possibilmente di mettere in galera i criminali.
Poi c'è l'opposizione dei due “diversamente concordi” (Ellekappa), rispettivamente del Pd e dell'Udc: Luciano Violante e Pierferdinando Casini.
Violante incanta il pubblico con parole incomprensibili, intimando che bisogna scegliere tra il principio di democrazia e quello di legalità (non se ne parla di rispettare entrambi) infondendo sui poveri spettatori un effetto narcotizzante che li porta a non capire la proposta del genio del Pd. Facciamo un altro Lodo, seguendo le indicazioni della Corte Costituzionale, ma lasciamo stare gli altri processi, salviamo lui, ma ritirate il “processo breve”. E' la solita solfa del male minore che va avanti dal 1994, quando Violante già incantava le folle con le seguenti affermazioni: “L'onorevole Berlusconi sa per certo che gli è stata data la garanzia piena, non adesso, ma nel 1994, che non sarebbero state toccate le televisioni quando ci fu il cambio di governo. Lo sa lui e lo sa l'onorevole Letta.
Voi ci avete accusato di regime, nonostante ripeto (non contento, nda) non avessimo fatto il conflitto d'interessi, avessimo dichiarato eleggibile Berlusconi nonostante le concessioni, avessimo aumentato, durante il centrosinistra, il fatturato di Mediaset è aumentato di 25 volte.”
L'altro diversamente concorde Casini, invece, si sofferma oggi sulla lotta alla mafia. Parla da intenditore Casini, essendo il leader del partito di Salvatore Cuffaro (condannato a 5 anni per favoreggiamento a singoli mafiosi), ed essendo la stessa persona (non un omonimo) che commentando la sentenza Dell'Utri(condannato in primo grado a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa) disse: “i sensi più profondi di stima e di amicizia”. A Ballarò ha tuonato: “non si puo' non perseguire chi squaglia i bambini nell'acido!”, mi sembra giusto, ci vuole stile e Cuffaro e Dell'Utri ce l'hanno.
Martina Di Gianfelice
Questa è la storia di Maurizio e Filippo
Quando ho visto il magistrato Antonio Ingroia e il giornalista Marco Travaglio ad Annozero mi è parso molto strano che la corte berlusconiana non avesse fatto commenti. Infatti il giorno dopo, come al solito, i cortigiani non mi hanno delusa e su Libero dominavano in prima pagina l'editoriale del direttore Belpietro dal titolo:“ La ricetta del PM: cacciare il Cav” e l'articolo dell'indimenticabile Filippo Facci: “Questa è la storia di Marco e Antonio”.
Belpietro ha seri problemi di servilismo, infatti proprio non sopporta che qualcuno critichi il governo e Berlusconi, nel caso di Ingroia, entrando nel merito delle leggi, esprimendo perplessità basate sul rispetto della Costituzione e sul Diritto, che il Procuratore aggiunto di Palermo ha certamente studiato e che Belpietro farebbe bene a ripassare.
Il povero Facci, invece, dopo le parole del neodirettore del “Giornale”, dal quale è stato cacciato, perché “cestinare un suo articolo è un'opera buona”, pare non essersi più ripreso. Ricordiamo di lui un mare di cazzate scritte sulle pagine del quotidiano della famiglia Berlusconi, un'illuminazione momentanea di cui ci ha reso partecipi ad Annozero, salvo poi continuare a tormentarci con i suoi sermoni senza senso. Il suo ultimo articolo è un ritorno alle origini che ha un po' il sapore di una sorta di captatio benevolentiae, essendo una new entry a “Libero”. Per mostrare il suo valore ha subito puntato in alto, tirando fuori una storia vecchia, già archiviata da tempo persino da chi l'aveva tirata fuori dal cappello magico, Giuseppe D'Avanzo, perchè chiarita tramite accurate documentazioni dall'interessato. L'interessato è naturalmente l'ossessione del povero Facci: Marco Travaglio.
La storia è la solita delle frequentazioni “mafiose” di Travaglio ed Ingroia in relazione alle ormai famose vacanze siciliane con il Maresciallo dei Carabinieri Giuseppe Ciuro (condannato a 4 anni e 8 mesi per favoreggiamento dalla Corte d'Appello di Palermo).
Mi limito a ricordare al povero Facci la verità dei fatti, raccontata da Marco Travaglio (totalmente documentata sulla base di assegni, ricevute ed estratto conto):
1) non ho mai incontrato, visto, sentito, inteso nominare questo Aiello fino al giorno in cui fu arrestato (e comunque, non essendo io siciliano, il suo nome non mi avrebbe detto nulla);
2) ho sempre pagato le mie vacanze fino all’ultimo centesimo (con carta di credito, D’Avanzo può controllare);
3) ho conosciuto il maresciallo Giuseppe Giuro a Palermo quando lavorava alla polizia giudiziaria antimafia (aveva pure collaborato con Falcone). Mi segnalò un hotel di amici suoi a Trabia e un residence ad Altavilla dove anche lui affittava un villino. Il primo anno trascorsi due settimane nell’albergo con la mia famiglia, e al momento di pagare il conto mi accorsi che la cifra era il doppio della tariffa pattuita: pagai comunque quella somma per me esorbitante e chiesi notizie a Giuro, il quale mi spiegò che c’era stato un equivoco e che sarebbe stato presto sistemato (cosa che poi non avvenne) . L’anno seguente affittai per una settimana un bungalow ad Altavilla, pagando ovviamente la pigione al proprietario. Ma i precedenti affittuari si eran portati via tutto, così i vicini, compresa la signora Giuro, ci prestarono un paio di cuscini, stoviglie, pentole e una caffettiera. Di qui la telefonata in cui parlo a Ciuro di «cuscini».
Facci naturalmente si è guardato bene dall'informare i lettori che la storia era, appunto, già stata chiarita, concludendo il pezzo con una massima da tenere bene a mente, una cosa tipo naturalmente non ho dubbi che Travaglio ed Ingroia fossero in buona fede, però io lo scrivo lo stesso così almeno do modo al lettore di pensar male.
Un autentico genio del male, un vero colpo da maestro che il suo direttore dovrebbe premiare almeno con una promozione, magari a demente dell'anno.
Martina Di Gianfelice
SOS Campania
La sinistra, con astuzia volpina, ha deciso di giocarsi anche una delle rare occasioni di vittoria che le rimangono, dopo la richiesta d'arresto è improbabile che i cittadini campani decidano di dare il proprio voto a un indagato per camorra come Nicola Cosentino (Pdl). Si pensa che il Pd candiderà Vincenzo De Luca, imputato per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione, cosicché gli elettori siano indecisi tra votare un presunto criminale e la sua brutta copia, e magari scelgano l'originale. Infondo ultimamente sembra che il più grande incubo della sinistra sia proprio quello di vincere.
Dall'altra parte della barricata il centrodestra si impegna a dare battaglia con un altro candidato d'eccezione: Nicola Cosentino (Pdl), indagato per concorso in associazione camorristica. Secondo i Pubblici Ministeri Alessandro Milita e Giuseppe Narducci, Cosentino ha contribuito a rafforzare, sin dagli anni '90, il sodalizio criminale delle famiglie Bidognetti e Schiavone, servendosi del loro sostegno anche in occasione di competizioni elettorali, a partire dall'elezione a Consigliere Provinciale di Caserta (1990) fino al 2004 (anche dopo la scadenza del mandato parlamentare nel 2001). Nell'ordinanza di custodia cautela i giudici contestano al Sottosegretario all'economia Cosentino di aver fatto da tramite tra l'imprenditoria mafiosa e l'amministrazione pubblica, agevolando le mire economiche del clan dei Casalesi esercitando pressioni su enti prefettizi. Tali pressioni sarebbero servite ad impedire lo scioglimento di Comuni (Mondragone nda) per presunte infiltrazioni mafiose, e al fine di favorire il rilascio di certificazioni antimafia, in particolare nei confronti della ECO4 s.p.a, società in parte pubblica (51%) in parte privata (49%), cogestita dalle famiglie mafiose nelle persone di Giuseppe Valente, Michele e Sergio Orsi e da Nicola Cosentino, che deteneva “il reale potere direttivo e di gestione”, permettendo il reinvestimento dei guadagni, frutto di attività illecite. Pertanto i Pubblici Ministeri hanno richiesto alla luce de ”il consolidamento e la continuità dei rapporti criminali che hanno agevolato il Cosentino nella sua carriera politica; la pluralità di competizioni elettorali nelle quali il Cosentino risulta essere stato sostenuto dall’organizzazione criminale; il rilievo strategico e di lungo termine del contributo documentato dalle indagini qui compendiate; la persistenza del debito di gratitudine verso un’organizzazione cui egli deve (almeno in parte) le sue fortune” l'autorizzazione a procedere alla Camera dei Deputati per consentire l'arresto del deputato del Pdl.
Dall'altra parte della barricata il centrodestra si impegna a dare battaglia con un altro candidato d'eccezione: Nicola Cosentino (Pdl), indagato per concorso in associazione camorristica. Secondo i Pubblici Ministeri Alessandro Milita e Giuseppe Narducci, Cosentino ha contribuito a rafforzare, sin dagli anni '90, il sodalizio criminale delle famiglie Bidognetti e Schiavone, servendosi del loro sostegno anche in occasione di competizioni elettorali, a partire dall'elezione a Consigliere Provinciale di Caserta (1990) fino al 2004 (anche dopo la scadenza del mandato parlamentare nel 2001). Nell'ordinanza di custodia cautela i giudici contestano al Sottosegretario all'economia Cosentino di aver fatto da tramite tra l'imprenditoria mafiosa e l'amministrazione pubblica, agevolando le mire economiche del clan dei Casalesi esercitando pressioni su enti prefettizi. Tali pressioni sarebbero servite ad impedire lo scioglimento di Comuni (Mondragone nda) per presunte infiltrazioni mafiose, e al fine di favorire il rilascio di certificazioni antimafia, in particolare nei confronti della ECO4 s.p.a, società in parte pubblica (51%) in parte privata (49%), cogestita dalle famiglie mafiose nelle persone di Giuseppe Valente, Michele e Sergio Orsi e da Nicola Cosentino, che deteneva “il reale potere direttivo e di gestione”, permettendo il reinvestimento dei guadagni, frutto di attività illecite. Pertanto i Pubblici Ministeri hanno richiesto alla luce de ”il consolidamento e la continuità dei rapporti criminali che hanno agevolato il Cosentino nella sua carriera politica; la pluralità di competizioni elettorali nelle quali il Cosentino risulta essere stato sostenuto dall’organizzazione criminale; il rilievo strategico e di lungo termine del contributo documentato dalle indagini qui compendiate; la persistenza del debito di gratitudine verso un’organizzazione cui egli deve (almeno in parte) le sue fortune” l'autorizzazione a procedere alla Camera dei Deputati per consentire l'arresto del deputato del Pdl.
Come se tutto ciò non bastasse, anche le parole di Carmine Schiavone, cugino del più noto Francesco detto “Sandokan” (boss dei casalesi) confermano che Cosentino avrebbe avuto “l'appoggio” dei Bidognetti (l'altro clan di Casale) fin da quando era un social-democratico.
In conclusione, vorremmo evidenziare l'incredibile capacità logica dell'ormai portavoce del Pdl, Maurizio Belpietro, che è stato capace nell'ultima puntata di Annozero, di affermare, rimanendo serio, che non sussistevano le esigenze di custodia cautelare per richiedere l'arresto di Nicola Cosentino, mentrel'articolo 274 del Codice di Procedura Penale (lettera c.) sancisce nero su bianco che: “quando, per specifiche modalità e circostanze del fatto e per la personalità della persona sottoposta alle indagini o dell'imputato, desunto da comportamenti o atti concreti o dai suoi precedenti penali, sussiste il concreto pericolo che questi commetta gravi delitti con uso di armi o di altri mezzi di violenza personale o diretti contro l'ordine costituzionale, ovvero di delittti di criminalità organizzata o della stessa specie di quello per cui si procede...”
Ma questo Belpietro non lo sa, non si informa, del resto non è tenuto a farlo, è solo un giornalista...
Ma questo Belpietro non lo sa, non si informa, del resto non è tenuto a farlo, è solo un giornalista...
Cecilia Sala e Martina Di Gianfelice
mercoledì 11 novembre 2009
Minzoshow
Siamo alla frutta. Il Direttore del Tg1 si è lanciato (senza l'amato contraddittorio) in una performance senza precedenti nella televisione pubblica (a parte i suoi naturalmente), attaccando senza pudore il Procuratore Aggiunto di Palermo (per l'occasione nominato Procuratore da Minzolini) Antonio Ingroia. Il Pubblico Ministero palermitano, reo di aver “giudicato pericolosa la politica del governo sulla giustizia”, ha fatto, secondo il saggio Minzolini, “un'analisi sorprendente per un magistrato”. Mi sembra giusto, un magistrato non deve occuparsi di giustizia, non ne ha l'autorità e la competenza, mica Ingroia è Direttore del Tg1, conduce Porta a Porta, Matrix o fa parte di uno dei tanti partiti che straparlano di italiani intercettati e giudici politicizzati!
Antonio Ingroia non puo' permettersi di esprimere analisi di carattere giuridico basate sul rispetto di quanto stabilito nella Costituzione della Repubblica italiana, mi pare giusto che si dedichi ad altro, attività alternative tipo escort, trans, cocaina, salotti televisivi compiacenti, o al massimo, se proprio vuole fare il magistrato, che si dedichi alla cattura di pericolosi criminali di strada, quali sono i ladri di polli o di mele al mercato.
Il problema di Ingroia sta nella presentazione. Quando conobbe il Presidente del Consiglio a Palazzo Chigi, ladies and gentlemen, non era sul posto per partecipare ad una festa organizzata dal padrone di casa con giullari di corte e intrattenitrici di turno, ma si era presentato, udite udite, per interrogarlo, per chiedere alcuni chiarimenti (prima delle dieci domande di “Repubblica”) su Mangano e la sua assunzione ad Arcore, sul ruolo di Dell'Utri, sui flussi finanziari nelle casse delle holding dell'impero Fininvest, sulle origini del denaro e su strani aumenti di capitale e movimenti di denaro.
Senza parlare del “cursus honorum” del magistrato palermitano. Ha svolto il suo periodo da uditore giudiziario con Giovanni Falcone, poi allievo prediletto di Paolo Borsellino e suo Sostituto Procuratore presso la Procura di Marsala, all'età di 30 anni. Quando Borsellino fu nominato Procuratore Aggiunto di Palermo, decise di portare con sé il giovane Ingroia che dopo la strage di Via D'Amelio (19 luglio 1992), si dimise insieme ad altri sette magistrati della Procura palermitana protestando contro l'operato, non proprio limpido, dell'allora Procuratore Pietro Giammanco. Poi arrivò Caselli e i processi che non piacciono ai potenti con Antonio Ingroia Pubblico Ministero nel processo a Bruno Contrada (10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, sentenza definitiva), a Marcello Dell'Utri(9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, primo grado), a Mario Mori e Mauro Obinu (favoreggiamento alla latitanza di Bernardo Provenzano, processo in corso) e titolare dell'inchiesta sulla trattativa mafia-Stato, nonché colui che sta gestendo, insieme ad Antonino Di Matteo, Roberto Scarpinato e Paolo Guido, la collaborazione di Massimo Ciancimino, figlio dell'ex Sindaco di Palermo, Vito. Sarà questo forse che non piace ai servi di turno?
Insomma Antonio Ingroia non si è mai lasciato corrompere da nessuno, non ha mai appoggiato logiche di partito, non ha mai partecipato a cene in casa di un suo imputato o del Presidente del Consiglio (spesso le due posizioni coincidono), non ha mai frequentato mafiosi o amici dei mafiosi.
Questo è il problema di Ingroia, è troppo pulito.
Questo è il problema di Ingroia, è troppo pulito.
L'immunità parlamentare invece, nei Paesi europei in cui è prevista, viene applicata generalmente solo per tutelare i parlamentari nell'espressione di opinioni concernenti l'esercizio delle proprie funzioni (come previsto tra l'altro anche dall'articolo 68 della nostra Costituzione) e l'immunità per il Presidente del Consiglioo per il Primo Ministro non esiste nei Paesi del mondo occidentale, esiste in pochi Paesi quella per il Capo dello Stato che corrisponde al Presidente della Repubblica, non al Presidente del Consiglio. Capisco che per Minzolini & co. Berlusconi è l' “unico supremo e assoluto capo sulla terra” (Enrico VIII), ma non è il Capo dello Stato.
Strano poi che Ingroia critichi un provvedimento come il disegno di legge sulle intercettazioni, che difatti non permetterà più ai magistrati di indagare a tutto campo, rallentando il processo investigativo e tornando indietro di almeno 20 anni, sia a livello investigativo, che di strumenti tecnologici utilizzati, della serie: i delinquenti parlano tramite Skype e i magistrati li spiano, origliando da dietro la porta o guardando dal buco della serratura.
"Siccome, come ci ricordavano uomini come Falcone e Borsellino, la lotta alla mafia non la puoi fare soltanto dentro i palazzi di giustizia con le indagini e coi processi. Dentro i palazzi di giustizia devi fare appunto le indagini e i processi. Con le prove, se ci sono e se non ci sono le prove non fai né l'uno né l'altro. Ma per affrontare la mafia, che non è soltanto un'organizzazione criminale, ma che è un sistema di potere criminale, la magistratura da sola non può vincere questo scontro. Occorre un movimento ampio, di opinione, della società ed è quello che Paolo Borsellino diceva con una frase, che se noi dicessimo oggi saremmo accusati naturalmente di essere politicamente schierati, che il nodo - diceva Paolo Borsellino – della lotta alla mafia è essenzialmente politico, perché prima di una magistratura antimafia occorre una politica antimafia".
(Antonio Ingroia - 7/11/09)
Martina Di Gianfelice
lunedì 9 novembre 2009
mercoledì 4 novembre 2009
Ma io so io e voi non siete un cazzo
La triste storia del neurone solitario che popola il cervello di Maurizio Gasparri è ormai nota a tutti. Il neurone provò tempo fa a chiedere un trasferimento d'ufficio per incompatibilità ambientale all'inquilino di casa Alfano, ma il povero neurone, solitario anch'esso, per ripicca non glielo concesse. Da allora il povero neurone si aggira disperato alla ricerca di una forma di vita unicellulare con cui scambiare quattro chiacchiere, senza trovare soddisfazione. Ieri il proprietario del cervello, Maurizio Gasparri, ci ha mostrato l'ennesimo segno della frustrazione che affligge il suo povero neurone e lo ha fatto al premio “Paolo Borsellino”, in trasferta a Pescara.
Gasparri è entrato dall'ingresso posteriore per evitare quei brigatisti del movimento delle “Agende Rosse” che avevano con sé un'arma pericolosissima per l'incolumità di Gasparri: un'agenda rossa (quindi comunista, avrà pensato lui).
Una ragazza gli ha poi consegnato il volantino ufficiale del movimento eversivo firmato Salvatore Borsellino (un pericoloso soggetto, infatti risulta addirittura incensurato!). Gasparri sfiora il foglio di carta e lo accartoccia dicendo: “la ringrazio e non le leggerò. Salvatore Borsellino è disistimato dal fratello, lei è giovane e non lo sa” (glielo avrà detto Paolo Borsellino durante una seduta spiritica).
Il popolo delle “Agende Rosse” ha cercato invano di entrare nella sala dove Gasparri ha improvvisato un comizio politico davanti a inermi scolaresche attaccando l'opposizione (senza il tanto acclamato, da loro, contraddittorio), ma è stato fermato per esaurimento posti (i presenti ci raccontano invece di una sala con molte sedie vuote).
Il gran finale è stato, secondo la testimonianza di una nostra amica, un insulto della platea diretto a Salvatore Borsellino e ai suoi ragazzi: “mafiosi rossi!”.
Per dovere di cronaca le “Agende Rosse” non erano lì in gita scolastica, ma erano giunte sul posto per protestare contro un ospite, non proprio qualificato, invitato ad un premio intitolato al magistrato Paolo Borsellino. L'incompatibilità tra Gasparri e il premio si nota subito dall'accostamento delle parole magistrato-Gasparri. Il soggetto in questione è la stessa persona, che sulla scia del suo padrone, ha gridato ai giudici comunisti che emettono sentenze sfavorevoli al Presidente del Consiglio perché politicizzati, ha identificato i magistrati come personaggi che tramano contro il governo al fine di sovvertire le Istituzioni democratiche e la volontà popolare, ha sempre sostenuto e adorato il suo amato leader che ha pubblicamente (quindi senza vergognarsi) dichiarato: “Questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perchè lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana”. Mi sembra palese l'inadeguatezza di uno come Gasparri ad un premio dedicato ad un “mentalmente disturbato” ligio al dovere come Borsellino che oggi, se fosse vivo, sarebbe definito: pazzo, eversivo e comunista (tra l'altro era di destra).
Dopo le gravi affermazioni di Gasparri, Salvatore Borsellino ha annunciato di volerlo querelare. Peccato che Gasparri non sia uno qualunque, ma un Senatore della Repubblica immunizzato dalla carica che ricopre. Cioè se Borsellino fosse stato “face to face” con Gasparri e gli avesse ribattuto a tono, il Senatore avrebbe potuto trascinarlo in Tribunale a suon di risarcimenti milionari, se invece è Gasparri a dire “mafiosi rossi” o a dire un po' quel che cazzo gli pare (come si permettono di fare molti potenti) l'immunità lo copre da eventuali ripercussioni giudiziarie.
Della serie: la legge è uguale per tutti o se preferite “ma io so io e voi non siete un cazzo!”
Martina Di Gianfelice e Cecilia Sala
Etica e Potere: inconciliabili?
Per riflettere sul rapporto tra etica e potere in Italia, basta analizzare la figura del Presidente più amato degli ultimi 150 anni: Silvio Berlusconi (per chi non lo avesse capito).
Le Chevalier che fa shopping in tribunale acquistando, a prezzi non proprio modici (a botte di 600 mila dollari), avvocati e giudici, tratta la compravendita di senatori, offre ospitalità nella sua umile dimora ad escort e veline al seguito, fa assunzioni obbligate di mafiosi-stallieri (perché “all'annuncio non aveva risposto nessun altro”), frequenta minorenni con cui si diletta nel karaoke, piazza i suoi cortigiani nei posti strategici di comando, cambia le leggi per evitare il “gabbio”, si lancia in performance che ci regalano figure di merda internazionali, ha come braccio destro Marcello Dell'Utri il bibliofilo (condannato in primo grado a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa) e come “tuttofare” Cesarone Previti (condannato con sentenza definitiva a sei anni per corruzione nel procedimento IMI-SIR nel 2006 e per il Lodo Mondadori nel 2007, sconterà la bellezza di 5 giorni per intervenuta ex Cirielli + indulto che lo spediranno subito ai domiciliari e alle cure dei servizi sociali).
Questo e molto altro è l'etica del tombeur de femme più invidiato del mondo.
Questo e molto altro è tutto falso e tendenzioso ad opera di giudici comunisti, secondo Berlusconi.
Due pesi, due misure è la parola d'ordine del governo.
Se Marrazzo si diletta frequentando trans nelle cui case (residenze private, ergo se qualcuno gira dei video si tratta di violazione della privacy) gira cocaina, la destra si scaglia contro il pericoloso soggetto invocando (giustamente) le dimissioni.
Se a frequentare escort (che poi vengono candidate alle elezioni!) con modalità poco chiare e ancora tutte da chiarire (mentre si produce una legge che prevede l'arresto delle prostitute (escort) e dei loro clienti (tra gli altri Berlusconi), in collaborazione con la specialista in materia Mara Carfagna) è il nostro amato Presidente si grida ai giudici comunisti, al golpe della sinistra, alla congiura della stampa italiana ed estera per spodestare l'intoccabile Presidente che dichiara di avere il 70% del consenso degli italiani quando combina qualcosa, il 60% quando combina qualcosa, ma i giornali (come accade spesso) non se ne accorgono e il 50% quando è gravemente malato e non risponde delle sue affermazioni.
Nessuno chiede le dimissioni, neanche la sinistra, se poi esiste ancora una sinistra.
Se uno zingarello entra in un supermercato e ruba una mela, una pera e una banana (e non dico che sia giusto), per l'opinione pubblica lo zingarello ha rubato ed è da punire (se poi è un immigrato si scatenano i Telegiornali).
Se Berlusconi paga 600 mila dollari un avvocato inglese per dichiarare il falso e salvargli la faccia nei processi per le tangenti alla Guardia di Finanza e All Iberian, non si grida certo allo scandalo, che sarà mai!
Ormai ci scandalizziamo solo per le cose stupide, mentre quando si tratta di ladri di Stato che rubano i soldi ai cittadini che lavorano onestamente ogni giorno, in condizioni spesso non proprio ottimali (vedi i lavoratori costretti in Cassa Integrazione o in piazza a protestare contro la chiusura delle proprie fabbriche e quindi contro la privazione di un futuro per i loro figli), l'Italia sta zitta e subisce.
Siamo di bocca buona noi...
A questo punto mi viene un dubbio: ma Berlusconi ci ha proprio cementificato il cervello o abbiamo ancora dentro di noi una minima concezione del significato della parolina etica?
Martina Di Gianfelice
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